Data archivio: Gennaio 2000

La Repubblica, Anna Tonelli: "Una catena umana invocando il teatro" [23.1.2000]

Una catena umana invocando il teatro

Di Anna Tonelli

Tutti i poeti dialettali guidati da un Tonino Guerra «pentito per non aver iniziato prima la crociata». Poi musicologi, insegnanti, melomania, teatranti, insieme a tante facce comuni, molti capelli bianchi, alcuni giovani. Cinquecento persone, forse più, pronte a tenersi per mano ieri pomeriggio in una catena umana che ha circondato il teatro Galli in piazza Cavour, il cuore della Rimini storica. Una protesta per rivendicare il recupero filologico dell’antico teatro ottocentesco disegnato da Luigi paletti. L’abbraccio simbolico al teatro è stato organizzato contro l’intenzione del Comune di ricostruire il teatro secondo un nuovo progetto elaborato dallo staff dell’architetto Natalini che secondo i «filologi» stravolgerebbe completamente l’impianto storico. Il progetto Natalini in realtà, disegnato nell’ 85 è stato rielaborato ben 8 volte, e una nona versione sta per essere varata sul tentativo di mediazione del Comune che ha chiesto agli architetti di smussare le parti più controverse cercando di riscattare le carte al primitivo impianto polesano. Un compromesso che non fa onore ai progettisti né al Comune, né ai rivoltosi. Ma tant’è: I margini di manovra sembrano pochi (c’è chi spera in uno stop della Soprintendenza non appena si comincia a scavare), ma la città della ricostruzione del teatro «com’era e dov’era» ieri si è contata. E, dal numero di partecipanti, la manifestazione è riuscita. Dalla gradinata del Palazzo del Podestà la poetessa Rosita Copioli ha gridato il lungo elenco di nomi illustri che si battono per la ricostruzione filologica: Carla Fracci, Riccardo Muti, Claudio Abbado, Umberto Eco, Renata Tebaldi, Gianandrea Gavazzeni, Luciano canfora, Carlo Bo, Andrea Emiliani, Beppe Grillo, Dario Fo… Una lista di vip alla quale si sono uniti riminesi comuni, quelli che sognano l’opera o Shakespeare recitati in una platea ottocentesca. «Non si può negare la storia», esordisce la Copioli, poetessa pluripremiato e amata negli Stati Uniti. «La piazza - fa eco Tonino Guerra - deve respirare ancora di storia, conservando un gioiello di una ricchezza incalcolabile, amato da Giuseppe Verdi». E’ infatti, nel teatro polettiano, che Verdi volle rappresentare in anteprima «l’Aroldo», riscritto appositamente per l’inaugurare il teatro nell’agosto del 1857. Ed ora in quello stesso teatro, i riminesi vogliono tornare a godere gli spettacoli, a partire dai protagonisti delle opere liriche che ieri, in maschera, sono andati a infoltire la catena umana.

[Anna Tonelli, “Una catena umana invocando il teatro”, La Repubblica, domenica 23 gennaio 2000, pag. IX].

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Il Resto del Carlino, Silvano Cardellini: "Il partito del Poletti vince in piazza" [23.1.2000]

Il partito del Poletti vince in piazza

Il «partito» del «teatro com’era e dov’era», il «partito del Poletti» fa la rischiosa prova della piazza e vince. C’è poco da fare. Vince rispetto al «partito» contrapposto della ricostruzione secondo il cosiddetto progetto Natalini. Questo «partito», se c’è in piazza non si è mai visto: i suoi sostenitori sono nel Palazzo.

In molte centinaia i cittadini (oltre mille, secondo gli organizzatori che giurano di aver raccolto 900 firme) che ieri pomeriggio circondano, con una catena umana, il teatro che, davanti, esibisce un lungo striscione rosso: «Ricostruiamo il teatro com’era».

In più di 500 in piazza, un sabato pomeriggio, con il freddo, per una manifestazione che sa insieme, di protesta politica, anche se non enfatizzata, e di festa. Un’occhio al teatro e l’altro al Palazzo Garampi che, per ora, ha scelto il progetto Natalini, anche se da correggere, per l’ottava-nona volta, con ulteriori modifiche chieste dal sindaco Alberto Ravaioli.

Ma i lieder dell’Associazione Rimini città d’arte, che hanno promosso la manifestazione di ieri, di modifiche in senso polesano del progetto Natalini non ne vogliono sapere. «Siamo duri puri», dichiara Rosita Copioli, poetessa, che parla di «edizione filologica del teatro». Insomma, nessun compromesso. «Ma soprattutto con una questione teatro giocata fra le mura cittadine come se in ballo non ci fosse un caso nazionale, perché il Poletti appartiene a tutti». Alla domanda su quale traduzione politica possa avere la catena umana, Rosita Copioli replica che alla loro Associazione interessa solo aumentare il consenso intorno alla ricostruzione del teatro di Luigi Poletti. Come dire. «La politica non è affare nostro».

C’è un complesso musicale che suona motivi leggeri sotto il loggiato del Comune. C’è una carrozza antica che arriva e fa scendere personaggi d’opera in costume e con in mano gli spartiti del «Trovatore», della «Carmen» della «Traviata» a simboleggiare il senso d’una lirica che vuole tornare dentro il teatro del Poletti, inaugurato, il 16 agosto 1857, con l’«Aroldo» di Giuseppe Verdi, dal maestro in persona. Ci sono sulla tribuna celebrati poeti dialettali (Gianni Fucci, Giuseppe Bellosi, Giovanni Nadiani) che declamano versi di Pazzini, di Stecchetti, di Spallicci come a rivendicare ad oltranza il senso della difesa della tradizione, C’è Tonino Guerra che professa il proprio pentimento per essere sceso troppo tardi in campo a difesa del «gioiello» del Poletti. Ma soprattutto, in piazza, c’è, come si dice, tanta gente comune. E, confusi, nella catena umana, si ritrovano esponenti di An (con il consigliere Gioendo Renzi che si dichiara impegnato a raccogliere firme di un terzo del consiglio comunale per promuovere una consultazione popolare), dei Verdi, della Lega, il presidente degli albergatori Ermeti, quello della Confcommercio Venturini, l’esponente dell’Unione agricoltori Santini, il segretario della Confartigianato Mauro Gardenghi, il presidente di Rimini Turismo Mario Ferri. E, curiosamente, in piazza c’è anche, per nulla imbarazzato, l’architetto Giorgio Franchini che fa parte dello staff Natalini.

[Silvano Cardellini, “Il partito del Poletti vince in piazza”, Il Resto del Carlino, cronaca di Rimini, domenica 23 gennaio 2000].

 

Teatro La mobilitazione

Prova di forza che fa riflettere

La manifestazione per un teatro alla Poletti segna una svolta. Alcune centinaia di persone che scendono in piazza non sono poche. Fanno fatica gli stessi partiti e sindacati a mobilitarne tanti. Figurasi una associazione senza apparato. Il segnale di ieri è stato sottolineato anche da una dichiarazione di Adriano Aureli, presidente dell’Assindustria che fa parte, come socio del Comune, della Teatro spa: «Un teatro a Rimini serve. E questo può essere solo quello originario, considerato un gioiello. Deve tornare il Poletti per intero: non solo nella facciata. Se poi si sostiene che, invece, serve una struttura più capiente, allora si ragioni sulla possibilità di realizzare un auditorium altrove». Che peraltro la Fondazione Carim sarebbe pronta a varare. E’ la prima volta che il socio privato della Teatro spa dice come la pensa. Da parte sua il sindaco Ravaioli, ieri pomeriggio, si è limitato a «prendere atto di questa prova d’amore per il teatro espressa in piazza» e a ribadire la propria posizione: «proseguiamo nel nostro iter giuridico-amministrativo per la ricostruzione del Galli puntando ad arrivare ad un progetto condiviso dalla città». E cosa si debba intendere per «progetto condiviso» ormai è chiaro.

Tanto chiaro che nel palazzo prende sempre più corpo l’ipotesi di un prossimo, possibile salto mortale doppio della giunta Ravaioli. Che potrebbe azzerare o quasi il progetto Natalini, incaricando lo stesso staff di tecnici di riprogettare la ricostruzione del teatro in chiave polesana. Non sappiamo dove andrà a parare questa storia (c’è sempre di mezzo il problema dei 5 miliardi già spesi per il progetto Natalini). Di sicuro, però, è bene tirare una riga: si giochi a carte scoperte. Non vorremmo che questa vicenda finisse alla riminese: e cioè che non si fa nessun teatro, né del Poletti né del Natalini. Tanto vale dirlo subito.

 

 

[Il Resto del Carlino, cronaca di Rimini, domenica 23 gennaio 2000]

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La Repubblica, Sergio Frau: "Girotondo per un teatro" [22.1.2000]

Girotondo per un teatro

Di Sergio Frau

Rimini

Oggi pomeriggio, dalle 15 in poi, gli faranno la festa centinaia di mani – forse migliaia – allacciate, le une alle altre, a circondare con un girotondo di rabbia il Galli, il maestoso fossile che – nel cuore della città vecchia – aspetta solo di risorgere.

«Dov’era! Com’era!» è lo slogan-diktat che mezza Rimini ha coniato per salvare il suo teatro  –—un tardo neoclassico, purista— dal progettone veteromodernista da 62 miliardi che giura di farne un kolossal da spettacolo nuovo di zecca per il Duemila.

L’altra metà di Rimini se ne fotte. Anzi, la giunta ha appena confermato la ristrutturazione dura di quei suoi spazi: una storia infinita di bombe prima, burocrazia, progetti, interessi, varianti e parcelle che, solo a seguirne le tappe, altro che via crucis, ché lì, almeno, le stazioni erano soltanto 12… Qui, invece, è più di mezzo secolo che si soffre.

Non aveva ancora 90 anni quando lo sventrarono. Che notte quella notte, il 23 settembre del ’43… Il centro di Rimini, quello tirato su con la poesia e i soldi che il Medio Evo sapeva mettere nei suoi edifici, venne giù sotto le bombe degli alleati. Al teatro Galli, però era andata bene… La bomba gli era entrata dal tetto ed era esplosa toccando appena la platea e devastando il palcoscenico ma risparmiando molti dei suoi antichi decori, il velluto rosso, gli stucchi d’oro, le poltroncine e i palchi intagliati. Tutta salva la facciata con le grandi colonne e l’androne dagli spazi possenti. Dalla buca per l’orchestra in là, però, una macabra ustione, subito dietro una voragine.

Era davvero bello il Galli, quand’era vivo… era piaciuto persino a Verdi. Mica solo un fatto di estetica… Era l’acustica il suo portento. Era quella che aveva affascinato il Maestro in tournée qui nell’agosto del 1857 a rappresentare l’Aroldo, riscritto apposta per battezzare il teatro che allora si chiamò Vittorio Emanuele II. La sala stupì tutti: faceva da splendida cassa armonica per le voci dei cantanti, riusciva a farle rimbalzare a perfezione insieme alle onde sonore degli strumenti per poi riavvolgerle sul pubblico che da queste parti la musica sa davvero cos’è.

E che trionfo quella notte… Era metà agosto. Scrissero: «… le parole vengono meno a descrivere con quale enfatico trasporto siano state accolte le nuove ispirazioni del cigno di Busseto. Dalla sinfonia alla scena finale fu una continua ovazione».

Ancora oggi c’è chi  —come il professor Lorenzo Bianconi, docente di musica e spettacolo all’Università di Bologna—  sogna di ricostruire quei miracoli di acustica in laboratorio: una simulazione virtuale al computer per analizzare e succhiar via dai progetti di luigi Poletti, l’architetto che lo costruì, la sapienza antica che era riuscito a mettere in quel teatro. Farlo non sarebbe poi così difficile: a parte una marea di nitidissime foto d’anteguerra, negli archivi di Modena c’è tutto quel che serve. Non solo il progetto esecutivo del Poletti ma anche disegni, schizzi, appunti di diario dei lavori, variazioni in corso d’opera. E proprio dal progetto e dai suoi scritti saltano fuori i suoi comandamenti. Li ha studiati per bene Attilio Giovagnoli che, preparando la tesi, s’innamorò dell’architetto e dei suoi tre teatri (Terni, Fano, Rimini) e che, pur di salvare quello riminese, riuscì a coinvolgere Federico Zeri portandolo dalla sua: «Alla vista del nuovo progetto Zeri inorridì, promise che ne avrebbe parlato con Veltroni, lo fece. Poi, però… Il Poletti era un vero artista dell’acustica. Il suo mito era Vitruvio ma era anche sperimentalista: per 16 anni studiò i teatri d’Europa e gli scritti degli antichi. Divenne un mago dell’armonia… E ora, propro oggi che finalmente si parla dell’acustica come un bene culturale da proteggere, noi qui, stiamo per rinunciare per sempre al capolavoro del più grande architetto teatrale del’800… L’unico che in Italia ci abbia lasciato norme certe e indicazioni precise sul modo di costruire per meglio far vedere e chiaramente far sentire».

Insomma basterebbe obbedire di nuovo a queste norme e attraverso buoni computer… E’ quasi grottesco, però, che — mentre nelle facoltà di teatro si continua a ragionare sul come ricostruire in virtuale i miracoli acustici del Teatrone riminese — a Rimini, intanto, la realtà progettuale abbia preso forma in maniera del tutto differente.

Un concorso vinto da Adolfo Natalini (con dei soci) nella primavera del 1986, che da allora continua a esser rimaneggiato a pagamento (cinque miliardi, finora), prevede di ricostruire il retro distrutto del teatro ampliandolo con forme e modi vagamente evocativi dello stile del Poletti all’esterno, completamente differenti, modernissimi, all’interno.

Per far quadrare questo progettone azzardato (che regalerebbe due grandi ali da costruire ai fianchi del teatro) con il piano regolatore di salvaguardia del centro storico che, invece, proibiva di allargarsi lì in zona — così vicina alla Rocca Malatestiana com’è —  ci fu addirittura un viaggio a Roma del sindaco. Era il 1996. Ed era un martedì 17 settembre di quell’anno, quando i vincoli saltarono: il Ministero dei Beni Culturali disse sì alle novità!

Giorno infausto per tutti coloro che, ormai da anni, chiedevano il teatro «dov’era, com’era».  E’ stupefacente vedere quanto questi riminesi che si preoccupano, quelli della catena umana di oggi. La maggior parte di loro, paradossalmente, in quel teatro quando funzionava non ha mai messo piede: neanche era nata quando venne colpito. Eppure – sarà perché la guerra qui ha fatto fuori l’85 per cento delle costruzioni antiche, o sarà perché il teatro Galli è l’unico edificio ottocentesco ancora su – per il nuovo pro gettone fanno una tragedia. Poeti (come Rosita Copioli, premio Viareggio nel ’79), musicologi (come Emilio sala), artisti, editori e più ventimila firme di gente comune, e in più la solidarietà strillata di quelli dello Spettacolo, del Belcanto… testimonianze raccolte, con tigna, negli anni che dovrebbero far riflettere, se non altro il Ministero, che però la sua ultima parola — quell’incauto sì — l’ha già detta. Gianandrea Gavazzeni mise nero su bianco, fin dall’inizio, nell’85: «Ritengo assolutamente impropria e inopportuna l’idea di bandire un concorso per un teatro di caratteri e strutture “moderne”. Il ripristino del progetto originale s’impone non solo per motivi di pregio architettonico e decorativo ma anche per tradizione storica». E Antonio Tonini, trent’anni di Scala alle spalle: «Mi sembra un delitto. Se si desidera realizzare un auditorium lo si progetti ex novo!». Tecnico, Dario Fo: «Il cemento armato è il principale nemico dell’acustica. Ricordiamoci che le sale all’italiana sono straordinarie non solo per l’acustica ma anche per l’atmosfera unica che riescono a creare al loro interno». E Renata Tebaldi, cuore in mano e carta intestata, alla Melandri: «La prego di intervenire per impedire che il Teatro Galli venga stravolto da un progetto totalmente diverso dall’originale che trasforma la precedente splendida sala in una banale gradinata adatta più a congressi che al teatro o alla musica». E via — tutti durissimi — Sgarbi, Cervellati, Luciano Canfora, Carlo Bo, Andrea Emiliani, Giulia Maria Mozzoni Crespi, Bruno Cagli dell’Accademia di Santa Cecilia. Persino l’assessore alla cultura di Rimini, Stefano Pivato, è contro. Il più diretto ed efficace? Il più riminese? Senza dubbio l’editore Bruno Chigi, classe 1922: «Parliamoci chiaro: è un mostro! Non si può costruire un affare ridicolo come questo: con la faccia del Poletti e il culo di Natalini… ».

Uscirne? Cambiare? Pentirsi? Scendere da questo che tutti definiscono un treno in corsa? E’ ancora possibile. La Soprintendenza archeologica di qui ha messo in conto di sbancare il terreno sotto il palcoscenico spostando nel museo i mosaici romani riaffiorati là sotto con i primi scavi; altre ispezioni si faranno sotto quella che fino al 1943 era la platea. Proprio bucando lì —nel suo progetto iniziale— Natalini prevedeva di ricavare cinque piani sotterranei: uno spazio molto, molto maggiore dei 2000 metri quadri che le due ali laterali nuove di zecca apporterebbero. E per la sala? A Rimini non hanno dubbi:  «All’antica! All’italiana! Natalini si associ con il Poletti: prenda in mano quei suoi antichi, sapienti progetti e — con un po’ di umiltà — si metta a studiare, a copiare».

Sergio Frau

[Sergio Frau, Girotondo per un teatro, La Repubblica, 22 gennaio 2000, pag. 39].

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