Data archivio: Agosto 2013

L'Unità, Vittorio Emiliani: "Rimini e l'operetta del teatro infinito"

RIMINI E L'OPERETTA DEL TEATRO INFINITO

Di Vittorio Emiliani

Forse non è un caso che queste storie di teatri storici siano ambientate fra Romagna e Marche dove teatri e teatrini antichi spuntano come funghi, intitolati a musicisti che si chiamano Rossini, Pergolesi, Spontini. Il musicista nel primo caso – quello di Rimini – si chiama Amintore Galli, è nato qui ed è autore di opere ma soprattutto della musica appassionata dell’Inno dei Lavoratori, parole ardenti di Filippo Turati («Su fratelli, su compagne, su, venite in fitta schiera: sulla libera bandiera splende il Sol dell’Avvenir!»).

Il bel teatro, tardo-neoclassico, è opera del modenese, Luigi Poletti. Degno di una città caldamente melomane al punto che Giuseppe Verdi la sceglie nel 1857 per la «prima» del suo Aroldo rifacimento dello Stiffelio. Serata memorabile. Come tante fino a quei bombardamenti aerei che nel 1943-44 colpiscono più e più volte Rimini, centro strategico all’attacco della Valle del Po. Del bel teatro polettiano rimane in piedi soltanto la facciata con l’ingresso e, sopra, il foyer, una parte del palcoscenico. Dalla sala sventrata si scorge la grande sagoma del bel Castel Sismondo attribuito a Brunelleschi. Ciò che non distrusse la guerra, lo distrugge il vandalismo delle persone.
Ad Ancona, dietro l’intatta facciata neoclassica del Ghinelli, anch’esso bombardato, il Teatro delle Muse verrà, molti anni dopo, ricostruito ma con tanto cemento da risultare brutto e sordo. A Fano invece, dove il magnifico Teatro della Fortuna eretto dallo stesso Luigi Poletti è stato diroccato dai tedeschi in fuga che hanno fatto saltare la Torre Civica abbattutasi su di esso, l’Amministrazione comunale sceglierà, lungo un percorso di anni e anni, di ricostruirlo «com’era e dov’era»sulla base dei perfetti disegni lasciati, a centinaia, decorazioni incluse, dal Poletti. Inaugurato alla fine del ‘900, si mostrerà in tutto il proprio splendore e in tutta la propria funzionalità teatrale e musicale ospitando ogni sorta di spettacolo.


Tra turismo e industria
 a Rimini invece si discute in modo inconcludente, anche quando il turismo di massa, insieme alle fabbriche (Rimini, non lo si dice mai, è anche città industriale) l’ha fatta crescere e diventare «grassa». Nella vicina Lugo di Romagna – dove il ragazzo Rossini (padre e nonno erano lughesi ed entrambi suonatori di «tromba squillante») ha avuto un’educazione «tedesca», Mozart e Haydn, dai canonici Malerbi – succede un fatto molto interessante. Negli anni del fascismo il Teatro Rossini, all’origine un settecentesco Bibiena, rifatto nel primo ‘800 con grazia funzionale, è stato svilito a Cinema (Impero, se non erro) e versa, negli anni ’60 del secolo scorso, in pessime condizioni. La Giunta di sinistra ha un po’ di soldi da investire, ma ci sono forti spinte in quel cittadone di mercati agricoli affinché il Comune li usi per le nuove fogne. Mentre un folto gruppo di intellettuali emiliano-romagnoli reclama sulla stampa il recupero del «Rossini». Al sindaco comunista viene l’idea fantasiosa di indire un referendum: le fogne o il restauro del Teatro Rossini? Si fa il referendum e, come annuncia il sindaco, «inaspettatamente hanno vinto i fautori del restauro del Teatro Rossini». Noi crediamo di sapere che nelle urne non sia andata proprio così e che quel sindaco illuminato (bisognerebbe murargli una lapide a perenne memoria e riconoscenza) abbia pilotato il risultato. «Ohi, compagni, ha vinto la democrazia». E ha chiuso la partita.
Il restauro ha da essere filologico. Gesso e legno ignifugato. Viene affidato al giovane architetto bolognese Pier Luigi Cervellati il quale, litigando ogni giorno coi Vigili del fuoco e con altre autorità, restaura il bel teatro Rossini nel modo più scrupoloso e senza un etto di cemento. «Quando mandammo un violinista sul palcoscenico per sentire l’acustica, avevamo i brividi», racconta. L’esito fu entusiasmante: l’acustica era perfetta.

Da allora il teatro di Lugo ha ospitato tutte le più importanti compagnie teatrali, ha organizzato, con un direttore artistico per anni di eccezione come il farmacista (in origine) Tonino Taglioni, vere e proprie stagioni musicali, recuperato operine quali L’Aviatore di Dro del futurista lughese Balilla Pratella (diretta da Gianandrea Gavazzeni, nientemeno).
Ha un numero di abbonati nettamente superiore alla sua capienza di 450 posti e quindi propone utili repliche e via cantando. Adesso, con la crisi, le difficoltà sono cresciute, ma il Teatro Rossini resta una bandiera. Come sarebbe piaciuto a Gioachino che si autodefinì «il Cignale di Lugo» e non volle mai vendere la modesta casa di suo nonno (ora del Comune, debitamente restaurata).


E a Rimini? A Rimini sono cresciuti, e di tanto, i baiocchi, un po’ meno la cultura. Il Teatro intitolato ad Amintore Galli è a rischio. Peggio, nel 1985 affidano all’architetto Adolfo Natalini il progetto di un teatro attaccato all’avancorpo superstite che i riminesi critici battezzano subito, alla Fellini, Teatro-culone. Viene modificato otto-nove volte. Alla fine costerà, pur rimanendo sulla carta (per fortuna), 6 miliardi e 250 milioni di lire. Alla battaglia si è appassionata anche il grande soprano Renata Tebaldi, convinta da un giovane coraggioso riminese Attilio Giovagnoli. Firmano per un recupero filologico del «Galli» anche Abbado, Muti, Cagli e tanti altri. Si schierano Italia Nostra, il Fai, il Comitato per la bellezza.
L’architetto Pier Luigi Cervellati e l’ex soprintendente regionale Elio Garzillo offrono gratis un progetto filologico di restauro/recupero. Consegnato ufficialmente al sindaco Alberto Ravaioli, ha il benestare del ministero per i Beni culturali e dei suoi comitati di settore. Siamo nel 2005. La giunta tergiversa, vuole più posti a sedere. Non capisce la lezione di Lugo né quella di Fano. Nel 2009 un gruppo di tecnici del Comune modifica e stravolge la sala neoclassica riproposta sui disegni del Poletti da Cervellati e Garzillo con pilastri in cemento armato, inserendo una torre scenica (l’esempio della Scala e della torre di Marco Botta è micidiale).
I ritrovamenti
Senonché, sotto il palcoscenico, a 8 metri di profondità, si rinvengono (Ariminum fu città romana e augustea) tratti di basolato, reperti medioevali, ecc. Il Mibac impone il ripristino della sala neoclassica. Niente da fare.

Nel 2011 l’Amministrazione bandisce il concorso per la «ricostruzione del teatro», con due piani sotterranei che – dice il tenacissimo Giovagnoli – «debordano dal perimetro del teatro e sconfinano per tre metri nell’area del Castello». Del Brunelleschi, ci siamo capiti? Una enorme scatola in cemento armato. Quest’anno, a scavi archeologici in corso, si assegna l’appalto. Ovviamente riparte la protesta delle associazioni, di quanti hanno a cuore la storia, l’arte, la bellezza. Non importa che sull’area gravino ben tre vincoli, uno a tutela di Castel Sismondo, ora minacciato di «invasione», un altro a protezione dell’area archeologica, un terzo sul medesimo Teatro Galli in forza della rimpianta legge del 1939.
Le ruspe accendono i motori. E le Soprintendenze? Non vedono e non sentono. Il direttore generale regionale dei beni culturali, l’architetto Carla Di Francesco delega la Soprintendenza ai Beni archeologici della regione ad autorizzare la demolizione e definitiva rimozione «di strutture emerse nel corso di scavi archeologici indipendentemente (sic!) dalla loro datazione».
Sta per avvenire quanto è già accaduto sotto il palcoscenico del Teatro alla Scala quando venne sbriciolata l’abside romanica di Santa Maria della Scala («Che facevo con orgoglio vedere agli ospiti», mi scrisse indignato il maestro Roman Vlad a lungo direttore artistico) insieme ad altre cose, portando di notte le macerie in discarica. E Striscia la notizia fu la sola tv a filmare lo scempio del palcoscenico scaligero che indignò alle lacrime Carla Fracci e suscitò proteste veementi di Luciano Damiani e di tanti altri. Invano. La soprintendente si chiamava Carla Di Francesco.


Avrà mai fine la desolante telenovela riminese? Interverrà il ministro Massimo Bray – come gli è stato chiesto – per ripristinare decisioni solenni prese da tempo, dal ministero e dai Comitati di settore? Ci auguriamo vivamente di sì e che all’archeologia di Ariminum, a Brunelleschi e al Teatro del Poletti venga risparmiata l’onta delle ruspe e del cemento.

[Vittorio Emiliani, Rimini e l'operetta del teatro infinito, L'Unità, (domenica 11 agosto 2013)]

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Il fatto quotidiano Tomaso Montanari 7 agosto 2013

Teatro Galli, gioiello in pericolo

di Tomaso Montanari

IL FATTO QUOTIDIANO, 7 agosto 2013

Durante il 1944 il grande filologo e paleografo Augusto Campana tenne un meraviglioso diario (Le pietre di Rimini: ora pubblicato, dalle Edizioni di Storia e Letteratura) in cui annotò le sue quotidiane piccole grandi imprese nel salvataggio di uno straordinario patrimonio storico e artistico selvaggiamente colpito dai bombardamenti. Raccogliendo frammenti, facendo scoperte, conservando la memoria, Campana sapeva di costruire il futuro: e sperava che quel futuro comprendesse cittadini italiani coscienti di se stessi attraverso la coscienza del patrimonio. Che direbbe se potesse vedere l'assurda vicenda della ricostruzione del Teatro Galli, un gioiello neoclassico distrutto in quei bombardamenti?


L' «Associazione Rimini Città d'arte - Renata Tebaldi» ha ricostruito la vicenda: «Accantonato, a furor di popolo, il costosissimo e devastante progetto “modernista” del 1985 di Adolfo Natalini, modificato in un ventennio 8-9 volte, e costato alle casse comunali fra parcelle e liquidazioni 6 miliardi e 250 milioni di vecchie lire è stata scelta la strada del ripristino filologico, sulla base dei disegni originali dell’architetto Luigi Poletti, indicata dal mondo culturale nazionale e dalle più importanti associazioni di tutela» Tutto bene, dunque?

No, perché ora il Comune prevede di costruire «nel sottosuolo, sotto il palcoscenico, due piani sotterranei, che debordano dal perimetro del teatro e sconfinano per tre metri nell’area del Castello. La enorme “scatola di cemento armato” sotterranea distruggerebbe tutti i reperti finora messi in luce nel cuore dell’antica Ariminum, danneggerebbe la scarpata in laterizio dell’attiguo fossato di Castelsismondo e metterebbe a repentaglio un magnifico platano plurisecolare». La morale è che «mentre si scaldano le ruspe, il Comune, che dovrebbe per primo tutelare la memoria e i monumenti della comunità nel rispetto delle leggi della Repubblica, dà viceversa il cattivo esempio calpestando i vincoli ministeriali nel reiterato tentativo di distruggere una zona antichissima della città. E, fatto ancora più grave, le Soprintendenze per i Beni Architettonici e Archeologici fanno finta di nulla».



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