Data archivio: Gennaio 2018

Rimini2.0 Claudio Monti: "Non è vero che non si può recuperare il fossato di Castelsismondo"

“Non è vero che non è possibile recuperare il fossato di Castelsismondo”

E' stata sepolta la creatura di Brunelleschi per un giardinetto pubblico.

            Claudio Monti            24 gennaio 2018 - 15:59

Bene, anzi molto bene, la "liberazione" di piazza Malatesta dalle auto. Ma la decisione (presa unicamente dal sindaco, facendo fra l'altro polpette di Prg e piano strategico) di non riportare alla luce l'antico fossato butta a mare sogni e progetti che la città insegue da decenni. "Riaprirlo sarebbe stato possibile", spiega il prof, Giovanni Rimondini, "anche per fare emergere i resti di Santa Colomba, un tesoro di archeologia medievale e sacra che da solo giustificherebbe lo scavo". Inascoltato anche l'interrogativo del prof. Zavatta: "In quale fossato di qualsivoglia castello è mai esistita un’arena?"

 “Il fossato è stato chiuso nel 1815. Durante gli scavi archeologici non sono emersi reperti di interesse. Il perimetro originale del fossato arriva a pochi metri dal Teatro Galli, è parzialmente occupato da una casa, da una cabina Enel, dalla strada. Recuperarlo com’era e dov’era sarebbe stato impossibile. Tanto più che resta del fossato originale soltanto un buco vicino al teatro”. Così la pensa il sindaco (anche archeologo?) Andrea Gnassi. Ma è così che stanno le cose?

 Va detto, tanto per cominciare, che Gnassi sconfessa prima di tutto se stesso. Candidandosi a sindaco, nel 2010 incontrava i commercianti e assicurava “il recupero del fossato malatestiano”. Poi sconfessa sia l’amministrazione comunale che l’ha preceduto e, soprattutto, le previsioni del piano strategico (fra l’altro, che fine hanno fatto Maurizio Ermeti e il Forum del piano strategico? Messi a tacere dal sindaco decisionista? Se tutto ciò fosse accaduto ai tempi di Ravaioli&Melucci la libera stampa li avrebbe impalati in prima pagina), approvato nel 2010. Fra gli obiettivi “il recupero del fossato”. Poi cancella con un colpo di spugna quanto messo nero su bianco nel piano regolatore (che parlava di “ripristino del fossato della Rocca e delle mura cittadine, comportante anche la demolizione di alcuni edifici in un’ottica di restauro e ripristino delle preesistenze”). Il recupero del fossato è stato anche un progetto nel quale ha creduto la Fondazione Carim.

Anche la Regione Emilia Romagna nel 2015 annuncia “il ripristino dell’antico fossato” grazie al fatto che il progetto della giunta Gnassi riceverà i finanziamenti pubblici del POR-FESR 2014/2020 (costo 6 milioni, copertura di 4,7 milioni con fondi europei, statali e regionali).

Ma nel 2016 si scopre dai rendering illustrati dal sindaco che il fossato è scomparso e nel gennaio 2017 viene definitivamente accantonato, nel silenzio generale: “il fossato di Castel Sismondo non sarà più scavato, come prevedeva il vecchio progetto …”

Sarà poi l’osservazione dei lavori che si svolgono in piazza Malatesta la scorsa estate a togliere ogni dubbio: abbonda il cemento, quindi compaiono le vasche per i pesci rossi e il campo da golf. Finito. Una pietra sopra ad un sogno che la città, non solo le amministrazioni comunali, inseguiva almeno dagli anni 90.

Cosa ne pensano gli studiosi? “In una relazione dell’ingegnere Andrea Zoli, incaricato di trasformare Castel Sismondo in carcere, del 15 luglio 1826, è scritto che pochi anni prima, abbattuto il muro di due metri che circondava il fossato, la gente aveva cominciato a gettare immondizia nell’area del ponte levatoio”, spiega il prof. Giovanni Rimondini. E cita dal carteggio (B 447-448) che si trova nell’Archivio di Stato di Rimini: “Quella Magistratura (l’amministrazione comunale) autorizzò i suoi abitanti a scaricare nella fossa settentrionale tutti i rottami della città (e specialmente quelli provenienti dalla demolizione dell’antica Chiesa Cattedrale, del nuovo gioco del pallone, delle nuove fabbriche Romagnoli e Morelli)”.

“La chiusura del fossato, di proprietà della Camera Apostolica, era cominciata in modo spontaneo e tollerato, con l’invadenza del Comune che aveva permesso in un’area non sua la discarica dei “rottami” della Cattedrale di Santa Colomba. I lavori di riempimento durarono ancora anni”, prosegue Rimondini.

“Le ragioni elencate dall’amministrazione comunale per non riaprire il fossato, per quanto valide non sono insormontabili e non è “impossibile” riaprire il fossato. Sospetto che il più grande problema da affrontare sia di natura psicologica: l’apertura di un grande vuoto, senza l’acqua come a Ferrara e a Mantova, creerebbe un problema d’ansia collettiva. Tuttavia credo che la ragione principale per riaprire il fossato sia di carattere architettonico e di valorizzazione critica del castello: il ripristino di un terzo del costruito e il recupero di un ‘vuoto’, che in architettura è importante come un pieno, da ascrivere al progetto per il castello di Rimini di Filippo Brunelleschi. Antonio Manetti, giovane contemporaneo del Brunelleschi, nella prima biografia del grande artista scrive: “Edificò uno castello, fortezza mirabile, al Signore Gismondo di Rimino” e il Brunelleschi, il più grande architetto di tutti i tempi, lasciò il grandissimo cantiere della Basilica di Santa Maria del Fiore. Ci sono le prove che Filippo Brunelleschi venne a Rimini nell’autunno del 1438. L’architettura di Castel Sismondo è un suo progetto”.

Dentro il fossato un tesoro. “Dentro il fossato ci sono i resti di Santa Colomba, un tesoro di archeologia medievale e sacra che da solo giustificherebbe lo scavo”, chiarisce Rimondini. “E’ inquietante che l’attuale amministrazione abbia progettato di riempire gli spazi malatestiani e brunelleschiani di Castel Sismondo con i ciaffi di scena di Federico Fellini. Per ragionare come i bambini, in termini di mercato delle figurine, ci vogliono mille figurine di Fellini per averne una di Brunelleschi. E’ incredibile come si prolunghi nel tempo l’errore, attribuibile a Carlo Tonini, di non aver accettato la prestigiosissima attribuzione di Castel Sismondo al Brunelleschi fatta alla fine dell’800 da storici italiani, tedeschi e inglesi. Mentre a Cesena fanno carte false per avere un edificio di Leon Battista Alberti, a Rimini si trascura l’unica architettura castellana superstite del Brunelleschi che ci metterebbe nel grande giro internazionale dei percorsi d’arte. Bisognerà aspettare una nuova e più illuminata amministrazione per togliere di mezzo il recinto di cemento e marmo rosa e per cominciare finalmente la riapertura del fossato”.

Tutti d’accordo sulla “liberazione” di piazza Malatesta dalle auto, ma le critiche nascono dalle decisioni imposte alla città da un sindaco pro-tempre e che vanno ad incidere sul patrimonio storico-archeologico.

Anche il prof. Giulio Zavatta è intervenuto sull’argomento. “In quale fossato di qualsivoglia castello è mai esistita un’arena? È evidente che il fossato costituisce una parte originale, essenziale e non secondaria, del castello: trasformarlo in arena significherebbe aggiungere qualcosa che non c’è mai stato, che non rispetta le funzioni di quel settore, e soprattutto compromettere anche per il futuro il possibile raccordo tra questo angolo e il resto del fossato, che si potrebbe (e dovrebbe) scavare nella parte a monte. La cartella di Luca Beltrami conservata in Gambalunga, oltre a testimoniare una sconosciuta storia “moderna” per il restauro di Castelsismondo, con alcuni interessanti prodromi ottocenteschi, dovrebbe dunque stimolare nuove riflessioni e ripensamenti su alcuni interventi che appaiono non solo storicamente infondati, ma anche fuorvianti”. Il suo intervento integrale è stato pubblicato su Ariminum, marzo-aprile 2017. Così auspicava il professore: “La straordinaria e per molti aspetti storica “liberazione” della rocca dal parcheggio e dalla morsa dell’asfalto, proprio in omaggio a Sigismondo Pandolfo Malatesta, dovrebbe diventare nei prossimi mesi occasione per un costruttivo dibattito, affinché questa possibilità probabilmente irripetibile per Rimini possa essere perseguita con coraggio e “in profondità” e non si trasformi in un intervento solo superficiale, in poche parole in un’occasione perduta”.

Invece, purtroppo, è così che sono andate le cose.

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