Data archivio: Febbraio 2019

Chiamamicittà (7 febbraio 2019): Intervento degli architetti Pier Luigi Cervellati ed Elio Garzillo autori dei progetto di ripristino filologico del Teatro Galli di Rimini

Chiamamicittà (on line) 7 febbraio 2019

 

L’architetto Pier Luigi Cervellati e l’architetto Elio Garzillo intervengono sulla realizzazione del Teatro Galli. Un intervento polemico che ripercorre il percorso del progetto “com’era e dov’era”. Non è la prima volta che l’architetto Cervellati solleva dubbi e critiche al progetto realizzato. Lo aveva già fatto nel 2016. Questo il comunicato dato alla stampa.

“Rimini ha ritrovato solo apparentemente il “suo Teatro Galli”. Certo, rispetto al progetto che per anni l’Amministrazione voleva realizzare -invadendo e deformando la struttura urbana- il teatro polettiano appare effettivamente rinato. Ma ciò che avrebbe potuto essere il recupero, rigoroso recupero/restauro della perduta sala del Poletti, solleva perplessità e interrogativi. Perché è una brutta copia che ha tradotto in azione la retorica del “dov’era ma non com’era”, con un esito impoverito e ambiguo. In forma subdola e ingannatrice, visto che sembra -e vuole sembrare- quello che non è.

Dal 2004 era pronto il progetto di restauro e restituzione del Teatro, un progetto fortemente voluto dal Sottosegretario Vittorio Sgarbi e per anni richiesto dall’associazione Rimini Città d’Arte diretta da Attilio Giovagnoli (senza di lui -e dello storico Giovanni Rimondini- il teatro non sarebbe mai risorto). Era il progetto esecutivo realizzato direttamente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione Regionale dell’Emilia-Romagna) che prescriveva con precisione minuziosa -grafica e documentaria- tutti i dettagli architettonici, strutturali, termotecnici e arredativi da porre in essere. Era affiancato da un modello in grande scala, da un’inedita documentazione storica che prendeva le mosse dai numerosi grandi disegni di progetto ritrovati all’Archivio Poletti di Modena, dalla documentazione dei lavori eseguiti nel 1926, dai danni del bombardamento del 1943 e molto altro. Il costo? Elaborato su specifiche di dettaglio (e nozioni tecniche dedotte da esperti artigiani) solo 18 milioni: molto meno de La Fenice, anche per le brillanti soluzioni tecnico-strutturali individuate e per le modalità esecutive dei particolari decorativi. Pur nel rispetto della normativa, non si faceva uso di cemento.

Passa un lungo periodo in cui il progetto è tenuto inspiegabilmente in stand-by. Poi il Comune di Rimini decide di apportare un cospicuo numero di variazioni (redigendo quasi un nuovo progetto) e il Ministero (Direzione Regionale e Soprintendenza), anziché pretendere che il progetto che il Ministero stesso aveva concepito finanziato e realizzato fosse rispettato, non si oppone e anzi coopera sorprendentemente a stravolgerlo.

Il tetto è rialzato e il piano di calpestio del sottotetto è portato a un unico livello (prima il graticcio era più alto, con tutti i manutengoli), l’interrato è scavato per collocarvi i camerini. Non si è più di fronte a un “restauro” e si è costretti a inserire nuove strutture in cemento armato. L’acustica -ritenuta “ottima” dai vecchi frequentatori e accordatori- è calibrata da numerosi panelli fonoassorbenti spesso di forma e materiali contrastanti con i decori e l’architettura della sala; in alcune zone, neppure perfetta.

È una catena di variazioni: scompaiono le due scale “vinciane” (come quella del berlinese Bundestag), che erano state giudicate dai Vigili del Fuoco soluzione brillante e decisiva per l’uscita di sicurezza senza incroci di persone. Scompaiono le scale e gli ascensori in sede propria, sostituite da soluzioni da condominio (con ascensori al centro della tromba scale).

All’interno, compaiono colonne “vitruviane” con rastremature di fantasia e un inedito golfo mistico. L’esterno evidenzia nel paramento a mattoni a vista, in maniera inutilmente drammatica, la parte ricostruita rispetto a quella residua. L’arredo interno diventa incomprensibilmente diverso da quello in progetto: la tappezzeria a disegni variati (e con tono di colore non più sfumato da un livello all’altro), le sedie e le poltrone molto semplificate, i grifoni in gesso, anziché in legno. Si scambia persino l’oro delle dorature con l’ottone (ottonella).

Il “marmorino” –molto esteso nella sala- non è eseguito secondo i criteri canonici in essere da secoli. Non è un “marmorino”, bensì un ossimoro: una ruvida scagliola bianca con chiazze sparse di color zabaione.

Tutto è banalizzato: nell’insieme, sembra purtroppo di essere davanti a un fac-simile. o a un “rendering 3d del plastico.

Si ha infine l’impressione che sia stata negata un’informazione essenziale e su una circostanza che ha mutato la natura stessa del risultato. Il progetto del 2004 includeva come sua parte essenziale un vero progetto archeologico e di musealizzazione di reperti molto significativi (antichi ambienti, pavimento a mosaico etc.): erano i reperti trovati e salvaguardati da Poletti e poi accresciuti nel tempo fino agli scavi più recenti condotti dalla Soprintendenza Archeologica. Di questo progetto di salvaguardia (anch’esso targato Ministero, Soprintendenza Acheologica) non c’è più traccia e gli stessi reperti sono stati a quanto pare sacrificati per inserire i camerini proprio in quella collocazione. Verranno “musealizzati” in altra collocazione per creare un modello riminese di quella che, a Modena, è stata autorevolmente definita (S.Settis) archeopatacca? Nel frattempo, il costo complessivo sarebbe salito da 18 a 29 milioni o più ancora.

In definitiva: siamo di fronte a un importante successo (se si pensa al progetto che si voleva realizzare negli anni ’80 e ‘90) ma anche e soprattutto, un’occasione (inspiegabilmente) perduta”.

F.to: gli ex progettisti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, arch. Elio Garzillo, Soprintendente e prof. Pier Luigi Cervellati, coordinatore generale

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