2018
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Il Resto del Carlino: "Piazza Malatesta dà l'addio alle auto" (1) [24.1.2018]
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Il Resto del Carlino: "Piazza Malatesta dà l'addio alle auto" Le bugie di Gnassi [24.1.2018]
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Il Resto del Carlino: "Sgarbi affonda gli arredi alla Rocca "Sembrano vasche per pesci rossi" [2.1.2018]
"Perché hanno messo quelle vasche davanti a Castel Sismondo?". Non si dà pace Vittorio Sgarbi. Ieri il critico era a Bellaria, per una delle sue Lezioni d'arte. Ed è andato, come piace a lui a ruota libera. Senza risparmiare critiche ai lavori praticamente ultimati a Rimini in piazza Malatesta. Critiche fatte dal palco, e poi rilanciate anche dopo. "Non capisco proprio l'intervento di riqualificazione fatto a Castel Sismondo -attacca Sgarbi- E' troppo impattante, non adeguato al contesto. Bene il verde, ma c'era bisogno di quelle vasche di cemento davanti al castello? A vederle così sembrano vasche per i pesci rossi. Che senso hanno?". Sgarbi era e continua a essere favorevole al progetto di valorizzazione di Castel Sismondo e della corte a mare. "Hanno fatto bene a togliere il parcheggio e a liberare la rocca dalle auto, questo sì. Ma mi hanno fatto vedere come è venuto il lavoro, e lo trovo inadeguato. Spero che il Comune di Rimini ponga rimedio. Gnassi è un sindaco sveglio, ma questo intervento, a vedere le immagini che mi hanno girato, non gli è riuscito molto bene...". Non è nuovo Sgarbi a questi affondi. In tempi recenti si era scagliato contro i lavori al ponte di Tiberio. ha apprezzato invece il restauro, ormai completato del teatro Galli, condannando però alcuni dettagli realizzativi (come le scale). E ieri è tornato sul cantiere di piazza Malatesta.
[Manuel Spadazzi, Il Resto del Carlino, Rimini cronaca, martedì 2 gennaio 2018]
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Il Resto del Carlino: Di fronte al Galli ora si resta Muti [23.4.2018]
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Il Resto del Carlino: La prima del Galli (29.10.2018)
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Il resto del Carlino: Sgarbi affonda gli arredi alla Rocca "Sembrano vasche per i pesci rossi" [2.1.2018]
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Il Sole 24 Ore (Vittorio Emiliani): "Il teatro finalmente ritrovato" (1) (14.10.2018)
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Il Sole 24 Ore (Vittorio Emiliani): "Il teatro finalmente ritrovato" (2) (14.10.2018)
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Il Teatro Galli (già Vittorio Emanuele II) finalmente ricostruito è felicemente inaugurato il 28 ottobre 2018
Salutiamo con grande commozione e allegria la ricostruzione, sia pure non del tutto filologica, ma comunque ispirata al progetto originale del grande Luigi Poletti, del Teatro Comunale di Rimini “Amintore Galli”.
Ci sono voluti settantacinque anni di discussioni e di polemiche spesso aspre per convincere tutti che questa della ricostruzione era la soluzione più nobile e producente. Come hanno sperimentato città vicine a Rimini quali Lugo col Teatro Rossini, filologicamente recuperato anni fa da Pier Luigi Cervellati ed ora attivissimo motore culturale, e Fano col polettiano Teatro della Fortuna. Vorremmo che in queste giornate festose non venisse dimenticato il ruolo avuto da alcuni riminesi come l’avvocato Spadaro e come gli storici dell’arte Giovanni Rimondini e Attilio Giovagnoli fondatori del comitato, presieduto da Renata Tebaldi e formato da Abbado, Muti, Gavazzeni, Chailly, Corelli e tanti altri, che si è instancabilmente battuto per la soluzione del recupero e contro un cementizio teatro “moderno”. Vorremmo che venisse ricordata la generosa offerta, gratuita, da parte degli architetti Pier Luigi Cervellati ed Elio Garzillo di un progetto di restauro-recupero filologico, e il ruolo avuto da associazioni come Italia Nostra e, modestamente, come il nostro Comitato per la Bellezza. Per oltre trent’anni. Alla fine ha prevalso il senso della storia e della migliore tradizione musicale.
Viva Rimini e viva Luigi Poletti!
per il Comitato per la Bellezza
Desideria Pasolini dall’Onda
Vittorio Emiliani
Vezio De Lucia
Paolo Berdini
Luigi Manconi
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La grande occasione perduta: ripristinare il fossato di Castelsismondo del Brunelleschi [24.1.2018]
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La Repubblica: "Risuona il Galli di Rimini la lirica non è più amarcord" (28.10.2018)
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La Soprintendenza ignora? [24.1.2018]
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La Stampa (Alberto Mattioli) "Galli, la rinascita Riaperto dopo 75 anni il teatro battezzato da Verdi" (2) (29.10.2018)
GALLI, LA RINASCITA RIAPERTO DOPO 75 ANNI IL TEATRO RIMINESE BATTEZZATO DA VERDI
Alberto Mattioli inviato a Rimini
I riminesi lo aspettavano da 75 anni, 898 mesi, 27.333 giorni, da quel maledetto 28 dicembre 1943
Quando una bomba lo sventrò. Ed eccolo qui, il loro teatro «Amintore Galli», ancora odoroso di vernice che però in questo caso è profumo di resurrezione. La città l’ha festeggiato ieri sera, con La Cenerentola si Rossini interpretata, anzi incarnata dalla cantante lirica italiana più famosa nel mondo, Cecilia Bartoli, guarda caso figlia di un riminese. Gremiti gli 826 posti, notabili, sponsor, i fortunati che hanno potuto comprare un biglietto. Per gli altri, fuori, in piazza Cavour, cuore della città vecchia, lo spettacolo su un maxischermo di tulle di 30 metri, tutti lì nonostante la pioggia, per poter dire «io c’ero» e celebrare questa fenice italiana che risorge dalle sue ceneri e riprende a volare.
Il teatro Nuovo lo progettò il grande Luigi Poletti. Tre ordini di palchi insolitamente altissimi più il loggione, tutto bianco e oro, una sala di gusto neoclassico ma politicamente «progressista»: il palco reale non c’é. Per inaugurarlo arrivò addirittura Giuseppe Verdi che per l’occasione riscrisse lo Stiffelio ribattezza ribattezzandolo Aroldo e nel complesso peggiorandolo. Poco male: il 16 agosto 1857 fu festa grande, e non solo per la musica. «Sulle cantonate, a lettere staccate, si leggeva WV.E.R.D.I. per opera del Comitato Nazionale», scrisse un cronista. L’acronimo significava Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Tanto che, a Unità fatta, rispediti a Roma i legati pontifici, il teatro gli fu intitolato.
Le ultime note che si sentirono qui furono quelle di Butterfly, nella primavera del’43. Poi vennero le bombe, i saccheggi delle truppe e degli stessi riminesi, impegnati a rimettere in piedi una città distrutta per il 75 per cento, e le infinite polemiche se ricostruire il teatro e come. La sinistra che ha sempre governato Rimini non aveva simpatia per un luogo così aristocratico e borghese, roba da signori insomma, e infatti con la Repubblica lo dedicarono subito a Galli, musicologo e compositore invero modesto, ma autore del popolarissimo Inno dei lavoratori. Però il sol dell’avvenire in salsa romagnola non contemplava nel teatro né opere, men che meno teatri d’opera. Nella parte sopravvissuta finì perfino una palestra.
Poi gli innumerevoli progetti di recupero, facciamolo nuovo, rifacciamolo com’era, ma chi paga insomma la solita dibattite, malattia nazionale. Intanto gli anni passavano. Prima fu restaurato il foyer, che si era più o meno salvato. Poi è stato rifatto il resto, la sala grande, le otto sale prova, in una corsa di tre anni iniziata nel 2015 che in realtà non era finita nemmeno ieri sera, quando gli operai davano ancora gli ultimi ritocchi.
Adesso il Galli è di nuovo dov’era e quasi esattamente com’era, sesto teatro italiano per volume, terzo per rapporto spazio-spettatori. Tradotto: è arioso, ampio, con grandi spazi. Ovunque splende il suo simbolo, il grifone dorato: sulla facciata, sui parapetti dei palchi, sugli ascensori, enorme nel bar. Gli elementi decorativi sono 25 mila, tutti scolpiti a mano, gesso e resina ricoperti a quattro mani di foglia d’oro, d’oro anche le mani degli artigiani dello Studio Forme di Roma. Costo complessivo oltre 36 milioni: 31,7 del Comune e 4,7 della Regione, provenienti da fondi europei.
Bellissimo, davvero. E bellissimo il Rossini semiscenico, con santa Cecilia in gran forma, una notevole direzione di Gianluca Capuano con i Musiciens du Prince e una bella compagnia, Rocha, Corbelli, Chausson. Con un po’ di commozione, ammettiamolo. In questa Italia incattivita che celebra l’ignoranza come una virtù riaprire un teatro significa celebrare il passato per preparare il futuro. Forse non tutto è perduto. Uscendo, ieri sera, vniva voglia di scrivere «Viva Verdi» e magari anche «Viva Rossini» sul primo muro disponibile. Che è poi uno dei tanti modi per gridare: viva l’Italia.
Alberto Mattioli
[La Stampa, 29 ottobre 2018.]
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La Stampa (Alberto Mattioli): "Galli, la rinascita Riaperto dopo 75 anni il teatro battezzato da Verdi" (1) (29.10.2018)
GALLI, LA RINASCITA RIAPERTO DOPO 75 ANNI IL TEATRO RIMINESE BATTEZZATO DA VERDI
Alberto Mattioli inviato a Rimini
I riminesi lo aspettavano da 75 anni, 898 mesi, 27.333 giorni, da quel maledetto 28 dicembre 1943
Quando una bomba lo sventrò. Ed eccolo qui, il loro teatro «Amintore Galli», ancora odoroso di vernice che però in questo caso è profumo di resurrezione. La città l’ha festeggiato ieri sera, con La Cenerentola si Rossini interpretata, anzi incarnata dalla cantante lirica italiana più famosa nel mondo, Cecilia Bartoli, guarda caso figlia di un riminese. Gremiti gli 826 posti, notabili, sponsor, i fortunati che hanno potuto comprare un biglietto. Per gli altri, fuori, in piazza Cavour, cuore della città vecchia, lo spettacolo su un maxischermo di tulle di 30 metri, tutti lì nonostante la pioggia, per poter dire «io c’ero» e celebrare questa fenice italiana che risorge dalle sue ceneri e riprende a volare.
Il teatro Nuovo lo progettò il grande Luigi Poletti. Tre ordini di palchi insolitamente altissimi più il loggione, tutto bianco e oro, una sala di gusto neoclassico ma politicamente «progressista»: il palco reale non c’é. Per inaugurarlo arrivò addirittura Giuseppe Verdi che per l’occasione riscrisse lo Stiffelio ribattezza ribattezzandolo Aroldo e nel complesso peggiorandolo. Poco male: il 16 agosto 1857 fu festa grande, e non solo per la musica. «Sulle cantonate, a lettere staccate, si leggeva WV.E.R.D.I. per opera del Comitato Nazionale», scrisse un cronista. L’acronimo significava Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Tanto che, a Unità fatta, rispediti a Roma i legati pontifici, il teatro gli fu intitolato.
Le ultime note che si sentirono qui furono quelle di Butterfly, nella primavera del’43. Poi vennero le bombe, i saccheggi delle truppe e degli stessi riminesi, impegnati a rimettere in piedi una città distrutta per il 75 per cento, e le infinite polemiche se ricostruire il teatro e come. La sinistra che ha sempre governato Rimini non aveva simpatia per un luogo così aristocratico e borghese, roba da signori insomma, e infatti con la Repubblica lo dedicarono subito a Galli, musicologo e compositore invero modesto, ma autore del popolarissimo Inno dei lavoratori. Però il sol dell’avvenire in salsa romagnola non contemplava nel teatro né opere, men che meno teatri d’opera. Nella parte sopravvissuta finì perfino una palestra.
Poi gli innumerevoli progetti di recupero, facciamolo nuovo, rifacciamolo com’era, ma chi paga insomma la solita dibattite, malattia nazionale. Intanto gli anni passavano. Prima fu restaurato il foyer, che si era più o meno salvato. Poi è stato rifatto il resto, la sala grande, le otto sale prova, in una corsa di tre anni iniziata nel 2015 che in realtà non era finita nemmeno ieri sera, quando gli operai davano ancora gli ultimi ritocchi.
Adesso il Galli è di nuovo dov’era e quasi esattamente com’era, sesto teatro italiano per volume, terzo per rapporto spazio-spettatori. Tradotto: è arioso, ampio, con grandi spazi. Ovunque splende il suo simbolo, il grifone dorato: sulla facciata, sui parapetti dei palchi, sugli ascensori, enorme nel bar. Gli elementi decorativi sono 25 mila, tutti scolpiti a mano, gesso e resina ricoperti a quattro mani di foglia d’oro, d’oro anche le mani degli artigiani dello Studio Forme di Roma. Costo complessivo oltre 36 milioni: 31,7 del Comune e 4,7 della Regione, provenienti da fondi europei.
Bellissimo, davvero. E bellissimo il Rossini semiscenico, con santa Cecilia in gran forma, una notevole direzione di Gianluca Capuano con i Musiciens du Prince e una bella compagnia, Rocha, Corbelli, Chausson. Con un po’ di commozione, ammettiamolo. In questa Italia incattivita che celebra l’ignoranza come una virtù riaprire un teatro significa celebrare il passato per preparare il futuro. Forse non tutto è perduto. Uscendo, ieri sera, veniva voglia di scrivere «Viva Verdi» e magari anche «Viva Rossini» sul primo muro disponibile. Che è poi uno dei tanti modi per gridare: viva l’Italia.
Alberto Mattioli
[La Stampa, 29 ottobre 2018.]
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La Stampa (Alberto Mattioli): "Galli, la rinascita Riaperto dopo 75 anni il teatro riminese battezzato da Verdi" (3) (29.10.2018)
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La Stampa: "Svende la cultura" Gli ex soprintendenti contro Franceschini, Sistema nel caos [6.1.2018]
80 ex funzionari dei Beni culturali, universitari, storici dell'arte e archeologi, fra i quali Andrea Emiliani, Adriano La Regina, Fausto Zevi, Piero Guzzo, denunciano la situazione dissestata della tutela dei beni culturali del Paese. In una lettera ai giornali, accusano il ministro dei Beni culturali, Franceschini, di aver provocato il caos a colpi di decreti ed emendamenti, con la pretesa di far cassa con i beni culturali sfruttati impropriamente con pseudo eventi, banchetti, feste, spettacoli. "La scelta", dichiara Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, "non è quella di spremere, a scapito della tutela, i beni culturali, ma di educare i cittadini e attrarre turismo qualificato".
Rimini nel 2017 è stata malauguratamente esempio lampante di questa politica. Il sodalizio Gnassi-Franceschini, ha purtroppo prodotto guasti irreparabili nelle storiche mura dell'argine del Marecchia, traforate e devastate per costruire una passerella pensile. Mentre l'area di pertinenza di Castelsismondo, lodevolmente liberata dal parcheggio, è stata trasformata in una sorta di mini golf, e il Castello del Brunelleschi, invece di essere riportato al suo splendore, con il ripristino dell'antico fossato (atteso da decenni), è destinato ad un museo felliniano che si preannuncia "circense". Siamo certi che lo stesso grande cineasta avrebbe riso di questa collocazione dei propri apparati scenografici che nulla hanno a che fare con il Castello rinascimentale, che dovrebbe brillare piuttosto di luce propria a sei secoli dalla nascita di Sigismondo Malatesta e non diventare un "contenitore" come è stato battezzato dalla politica locale.
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Rimini2.0 Claudio Monti: "Non è vero che non si può recuperare il fossato di Castelsismondo" [24.1.2018]
“Non è vero che non è possibile recuperare il fossato di Castelsismondo”
E' stata sepolta la creatura di Brunelleschi per un giardinetto pubblico.
Claudio Monti 24 gennaio 2018 - 15:59
Bene, anzi molto bene, la "liberazione" di piazza Malatesta dalle auto. Ma la decisione (presa unicamente dal sindaco, facendo fra l'altro polpette di Prg e piano strategico) di non riportare alla luce l'antico fossato butta a mare sogni e progetti che la città insegue da decenni. "Riaprirlo sarebbe stato possibile", spiega il prof, Giovanni Rimondini, "anche per fare emergere i resti di Santa Colomba, un tesoro di archeologia medievale e sacra che da solo giustificherebbe lo scavo". Inascoltato anche l'interrogativo del prof. Zavatta: "In quale fossato di qualsivoglia castello è mai esistita un’arena?"
“Il fossato è stato chiuso nel 1815. Durante gli scavi archeologici non sono emersi reperti di interesse. Il perimetro originale del fossato arriva a pochi metri dal Teatro Galli, è parzialmente occupato da una casa, da una cabina Enel, dalla strada. Recuperarlo com’era e dov’era sarebbe stato impossibile. Tanto più che resta del fossato originale soltanto un buco vicino al teatro”. Così la pensa il sindaco (anche archeologo?) Andrea Gnassi. Ma è così che stanno le cose?
Va detto, tanto per cominciare, che Gnassi sconfessa prima di tutto se stesso. Candidandosi a sindaco, nel 2010 incontrava i commercianti e assicurava “il recupero del fossato malatestiano”. Poi sconfessa sia l’amministrazione comunale che l’ha preceduto e, soprattutto, le previsioni del piano strategico (fra l’altro, che fine hanno fatto Maurizio Ermeti e il Forum del piano strategico? Messi a tacere dal sindaco decisionista? Se tutto ciò fosse accaduto ai tempi di Ravaioli&Melucci la libera stampa li avrebbe impalati in prima pagina), approvato nel 2010. Fra gli obiettivi “il recupero del fossato”. Poi cancella con un colpo di spugna quanto messo nero su bianco nel piano regolatore (che parlava di “ripristino del fossato della Rocca e delle mura cittadine, comportante anche la demolizione di alcuni edifici in un’ottica di restauro e ripristino delle preesistenze”). Il recupero del fossato è stato anche un progetto nel quale ha creduto la Fondazione Carim.
Anche la Regione Emilia Romagna nel 2015 annuncia “il ripristino dell’antico fossato” grazie al fatto che il progetto della giunta Gnassi riceverà i finanziamenti pubblici del POR-FESR 2014/2020 (costo 6 milioni, copertura di 4,7 milioni con fondi europei, statali e regionali).
Ma nel 2016 si scopre dai rendering illustrati dal sindaco che il fossato è scomparso e nel gennaio 2017 viene definitivamente accantonato, nel silenzio generale: “il fossato di Castel Sismondo non sarà più scavato, come prevedeva il vecchio progetto …”
Sarà poi l’osservazione dei lavori che si svolgono in piazza Malatesta la scorsa estate a togliere ogni dubbio: abbonda il cemento, quindi compaiono le vasche per i pesci rossi e il campo da golf. Finito. Una pietra sopra ad un sogno che la città, non solo le amministrazioni comunali, inseguiva almeno dagli anni 90.
Cosa ne pensano gli studiosi? “In una relazione dell’ingegnere Andrea Zoli, incaricato di trasformare Castel Sismondo in carcere, del 15 luglio 1826, è scritto che pochi anni prima, abbattuto il muro di due metri che circondava il fossato, la gente aveva cominciato a gettare immondizia nell’area del ponte levatoio”, spiega il prof. Giovanni Rimondini. E cita dal carteggio (B 447-448) che si trova nell’Archivio di Stato di Rimini: “Quella Magistratura (l’amministrazione comunale) autorizzò i suoi abitanti a scaricare nella fossa settentrionale tutti i rottami della città (e specialmente quelli provenienti dalla demolizione dell’antica Chiesa Cattedrale, del nuovo gioco del pallone, delle nuove fabbriche Romagnoli e Morelli)”.
“La chiusura del fossato, di proprietà della Camera Apostolica, era cominciata in modo spontaneo e tollerato, con l’invadenza del Comune che aveva permesso in un’area non sua la discarica dei “rottami” della Cattedrale di Santa Colomba. I lavori di riempimento durarono ancora anni”, prosegue Rimondini.
“Le ragioni elencate dall’amministrazione comunale per non riaprire il fossato, per quanto valide non sono insormontabili e non è “impossibile” riaprire il fossato. Sospetto che il più grande problema da affrontare sia di natura psicologica: l’apertura di un grande vuoto, senza l’acqua come a Ferrara e a Mantova, creerebbe un problema d’ansia collettiva. Tuttavia credo che la ragione principale per riaprire il fossato sia di carattere architettonico e di valorizzazione critica del castello: il ripristino di un terzo del costruito e il recupero di un ‘vuoto’, che in architettura è importante come un pieno, da ascrivere al progetto per il castello di Rimini di Filippo Brunelleschi. Antonio Manetti, giovane contemporaneo del Brunelleschi, nella prima biografia del grande artista scrive: “Edificò uno castello, fortezza mirabile, al Signore Gismondo di Rimino” e il Brunelleschi, il più grande architetto di tutti i tempi, lasciò il grandissimo cantiere della Basilica di Santa Maria del Fiore. Ci sono le prove che Filippo Brunelleschi venne a Rimini nell’autunno del 1438. L’architettura di Castel Sismondo è un suo progetto”.
Dentro il fossato un tesoro. “Dentro il fossato ci sono i resti di Santa Colomba, un tesoro di archeologia medievale e sacra che da solo giustificherebbe lo scavo”, chiarisce Rimondini. “E’ inquietante che l’attuale amministrazione abbia progettato di riempire gli spazi malatestiani e brunelleschiani di Castel Sismondo con i ciaffi di scena di Federico Fellini. Per ragionare come i bambini, in termini di mercato delle figurine, ci vogliono mille figurine di Fellini per averne una di Brunelleschi. E’ incredibile come si prolunghi nel tempo l’errore, attribuibile a Carlo Tonini, di non aver accettato la prestigiosissima attribuzione di Castel Sismondo al Brunelleschi fatta alla fine dell’800 da storici italiani, tedeschi e inglesi. Mentre a Cesena fanno carte false per avere un edificio di Leon Battista Alberti, a Rimini si trascura l’unica architettura castellana superstite del Brunelleschi che ci metterebbe nel grande giro internazionale dei percorsi d’arte. Bisognerà aspettare una nuova e più illuminata amministrazione per togliere di mezzo il recinto di cemento e marmo rosa e per cominciare finalmente la riapertura del fossato”.
Tutti d’accordo sulla “liberazione” di piazza Malatesta dalle auto, ma le critiche nascono dalle decisioni imposte alla città da un sindaco pro-tempre e che vanno ad incidere sul patrimonio storico-archeologico.
Anche il prof. Giulio Zavatta è intervenuto sull’argomento. “In quale fossato di qualsivoglia castello è mai esistita un’arena? È evidente che il fossato costituisce una parte originale, essenziale e non secondaria, del castello: trasformarlo in arena significherebbe aggiungere qualcosa che non c’è mai stato, che non rispetta le funzioni di quel settore, e soprattutto compromettere anche per il futuro il possibile raccordo tra questo angolo e il resto del fossato, che si potrebbe (e dovrebbe) scavare nella parte a monte. La cartella di Luca Beltrami conservata in Gambalunga, oltre a testimoniare una sconosciuta storia “moderna” per il restauro di Castelsismondo, con alcuni interessanti prodromi ottocenteschi, dovrebbe dunque stimolare nuove riflessioni e ripensamenti su alcuni interventi che appaiono non solo storicamente infondati, ma anche fuorvianti”. Il suo intervento integrale è stato pubblicato su Ariminum, marzo-aprile 2017. Così auspicava il professore: “La straordinaria e per molti aspetti storica “liberazione” della rocca dal parcheggio e dalla morsa dell’asfalto, proprio in omaggio a Sigismondo Pandolfo Malatesta, dovrebbe diventare nei prossimi mesi occasione per un costruttivo dibattito, affinché questa possibilità probabilmente irripetibile per Rimini possa essere perseguita con coraggio e “in profondità” e non si trasformi in un intervento solo superficiale, in poche parole in un’occasione perduta”.
Invece, purtroppo, è così che sono andate le cose.
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Vittorio Emiliani: "Il teatro finalmente ritrovato" [Il Sole 24 Ore, domenica 14 ottobre 2018]
