Adriano Cavicchi

Rimini, in scena il teatro che non c’è.

Una sontuosa facciata e dietro il nulla: storia di un restauro dimenticato dalla fine della II guerra mondiale.

Un comitato di cittadini e intellettuali si batte per la riedificazione integrale.

“L’unico modo per riavere un gioiello d’arte, musicalmente perfetto e spendendo meno"

 Di Adriano Cavicchi

La storia recente del teatro di Rimini è costituita da intreccio di errori, inadempienze e scelte sbagliate che rischiano di far perdere definitivamente la memoria e la fruibilità di uno dei teatri a ragione ritenuto fra i più belli d’Italia. Costruito su progetto dell’architetto modenese Luigi Poletti fra il 1843 e il 1857, l’edificio venne inaugurato da Giuseppe Verdi in persona con la prima assoluta dell’Aroldo. Dopo meno di cent’anni di gloriosa attività, la struttura teatrale venne colpita nel dicembre del 1943, dalle bombe in modo non irreparabile. Sarebbero bastate poche centinaia di metri quadri di ondulato di lamiera per coprire i buchi del tetto della platea e del palcoscenico e impedire in tal modo lo sfacelo di una delle architetture teatrali più importanti della regione. Purtroppo i problemi degli ultimi anni di guerra, il disinteresse generale delle amministrazioni e la miseria di quegli anni, fecero sì che dopo le bombe il teatro fosse preda al saccheggio popolare. Ad evitare pericoli di crolli il Comune stesso provvide alla demolizione di ciò che avevano risparmiato le bombe. E pensare che, se le nostre informazioni sono esatte, la municipalità riminese aveva ottenuto l’assegnazione dell’allora Genio Civile dei famosi “Danni di Guerra” per restaurare il teatro. Solo la parte anteriore dell’edificio venne restaurata nel 1975 ricavandone un elegante atrio da adibire ad esposizioni e la soprastante sala per conferenze-concerti.

A differenza di tante altre tipologie edilizie, i teatri, che per la loro natura sono soggetti ad incendi ricorrenti, possono legittimamente essere ricostruiti com’erano. Tutti i teatri sono stati più o meno “ricostruiti” a causa d’incendi o danni bellici. La Scala, la Fenice (prima dell’ultimo incendio) il San Carlo, ecc. hanno subìto danni più o meno gravi ma prontamente risarciti. Non si commette un falso quando abbiamo sotto mano e si rispettino i progetti originali. Anzi, si è potuto constatare attraverso l’esperienza, che quando si abbandoni il modello originale per imporre linee più nuove, il risultato è stato sempre fallimentare, in particolare sul piano acustico. Il bellissimo Regio di Torino (arch. Mollino) o il Carlo Felice di Genova (arch. Gardella) non hanno risolto il problema acustico. Il teatro, bisogna ricordarlo, è soprattutto un grande strumento musicale. Se si sbagliano le proporzioni acustiche il risultato sarà deludente. La stessa miglior sala da concerto esistente oggi in Italia, l’auditorium costruita da Renzo Piano al Lingotto a Torino per quanto di buona riuscita, non è confrontabile con quella di un medio teatro di firme Settecento o dell’Ottocento. Ormai l’esperienza c’insegna che è meglio avere un teatro Poletti “autentico”, ancorché ricostruito (si veda il teatro della Fortuna di Fano – sempre del Poletti – anch’esso danneggiato dalle bombe, ma finalmente ricostruito nelle sue antiche proporzioni con eccellenza di risultati acustici) che una costruzione nuova, sicuramente non musicale e certo non adatta né per l’opera né per la grande sinfonia.

Una città come Rimini che per quasi sessant’anni di mancanza del teatro si è servita del cinema Novelli o, al massimo, dello spazio del Tempio Malatestiano (poco più di mille posti), che cosa se ne farebbe di un teatro con capienza di oltre 1200 posti? Della necessità di ricostruire il teatro del Poletti “com’era e dov’era”, e della capienza di 900 posti, è ben consapevole una schiera di studiosi di storia teatrale, critici d’arte e uomini di cultura.

Sarà opportuno percorrere un po’ di storia per comprendere la situazione attuale e i conflitti che si sono creati fra l’Amministrazione comunale da un lato, che vorrebbe un edificio teatrale nuovo da ancorare alla facciata, costo previsto oltre settanta miliardi, e l’associazione “Rimini Città d’Arte” che difende la ricostruzione filologica dell’edificio teatrale del Poletti sulla base degli innumerevoli progetti esistenti, dal costo di poco meno di trenta miliardi, in parte rimborsabili dall’Unione Europea. Il conflitto tra “modernisti” e “restauratori” iniziò fin dal 1983 quando, anche per interessamento di chi scrive, si aprì un ampio dibattito sulla necessità di ricostruire il teatro. Sulla scia di quegli incontri, nel 1985 il Comune riminese bandì un concorso d’idee, poi vinto da Adolfo Natalini. Il Progetto premiato prevedeva grandiosi sbancamenti e costruzioni che violavano sia il piano regolatore di Leonardo Benevolo (che auspicava la ricostruzione filologica del Poletti) così come i vincoli archeologici e gli spazi di rispetto di Castel Sismondo, opera del Brunelleschi. Oggi, dopo varie trasformazioni, riduzioni e ripensamenti, il progetto Natalini – del quale l’autore stesso confessa di non aver preso in considerazione le possibili risultanze acustiche – minaccia di fare saltare per sempre l’idea della ricostruzione filologica del teatro “Com’era dov’era”.

A questo punto vien da chiedersi perché nel caso del teatro La Fenice di Venezia le menti più illuminate d’Europa abbiano deciso di ricostruirlo esattamente com’era in tutti i suoi particolari, mentre a Rimini si debbano fare carte false per avere una specie di hangar a gradinate di cemento armato dalle potenzialità acustiche inesistenti. Se il Tempio Malatestiano fosse stato bombardato e lasciato al suo destino, che cosa avrebbe perduto la cultura mondiale (e non solo Rimini)? Oggi la non ricostruzione integrale del teatro (stranamente intitolato al musicista riminese Amintore Galli, a distruzione avvenuta, forse per merito di aver scritto la musica dell’inno dei lavoratori), fatte le dovute proporzioni, potrebbe avere la stessa valenza di una perdita culturale irreparabile.

A ragione le istituzioni: Italia Nostra, Fai, Legambiente, Wwf si sono affiancate a sostegno del progetto ricostruttivo “Com’era dov’era” promosso da Rimini città d’Arte accanto a studiosi come Federico Zeri, Andrea Emiliani, Ezio Raimondi, Renato Barilli, Anna Maria Matteucci, Deanna Lenzi, Bruno Zevi e a musicisti di fama internazionale come Renata Tebaldi, Anna Caterina Antonacci, Claudio Abbado, Franco Corelli, ecc. Anche Vittorio Emiliani, del consiglio di amministrazione della Rai, ha inviato al ministro per i Beni Culturali assieme al portavoce dei Verdi senatore Manconi, formale richiesta di sospensione di ogni lavoro che non sia mirato alla ricostruzione.

Al di là dei valori storici e funzionali, ci sarebbe da ricordare la non comune statura dell’architetto Poletti il quale proprio a Rimini riuscì a realizzare una suggestiva contaminazione tra i modelli teatrali del Vanvitelli e del Pistocchi, con una forte componente neorinascimantale ispirata al Tempio Malatestiano dell’Alberti. Tale grandiosa concezione, se si perdesse questa testimonianza, andrebbe definitivamente cancellata.

[Adriano Cavicchi, Il Resto del Carlino, (sabato 20 febbraio 1999) (nazionale, pag. 19)].

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Ultima modifica: Venerdì, 12 Settembre 2014 20:53
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